Dal 1912, anno della sua fondazione, ha dovuto rialzarsi per altre cinque volte. E questa sarà la sesta volta in cui dovrà raccogliere i cocci e non ricomporli, ma proprio buttarli nel cestino per cercare di regalarsi una nuova vita foriera di soddisfazioni. Reduce da una stagione horror in cui ha dovuto salutare con ampio anticipo il campionato di Lega Pro a causa di un fallimento, il Rimini dovrà ricordarsi del proprio passato per cercare di rinascere più forte di prima gettandosi alle spalle le recenti lacrime. Nella consapevolezza di essere stato un ottimo trampolino di lancio per giocatori che si sono poi regalati una carriera altisonante e, quindi, di poter dire la sua nel mondo della sfera di cuoio.
Storia di cadute e di rialzi
Era l’anno di grazia 1912 quando Rimini diede alla luce la sua creatura calcistica. Fu la naturale evoluzione dello sbarco sulla riviera romagnola di alcuni calciatori che avevano dato forma al progetto della Polisportiva Unione Libertas Rimini e, in seguito, alla Pro Rimini. Nel 1916 la prima sfida della squadra con la Vis Pesaro è di quelle consegnate agli annali alla voce “ricordi che luccicano”. Il primo inciampo avviene nel 1938 quando la società conosce una crisi economica. Come Rimini Calcio, però, riesce a rialzarsi quasi subito e nel 1939-40 è già di nuovo ai nastri di partenza. Tutto fila liscio ma c’è una seconda pietra sulla strada che fa ruzzolare la società. Quella pietra si chiama anno 1994 e giunge al termine di un periodo di particolari fasti culminato nella promozione in serie B nella stagione 1975-76 con Cesare Meucci e in cui, sulla panchina, si erano seduti un “certo” Giorgio Sereni, un “certo” Osvaldo Bagnoli e un “certo” Arrigo Sacchi. Le biografie di questi ultimi, con i fasti, nel primo caso, con l’Hellas Verona del suo primo e unico scudetto e con il Milan di largo respiro nazionale e internazionale, luccicano di calcio che conta ma accesero le prime luci a Rimini. Ma su tutto questo giunge, appunto, il 1994 con la messa in liquidazione della società e il suo acquisto all’asta. La squadra frequenta per un po’ la serie C2, poi sbarca in C1 e nel 2004-05 torna a sedersi nel salotto della cadetteria, dove si segnala per un quinto posto nella stagione 2006-07 e un settimo in quella successiva. Ma la tempesta si aggira ancora sulla riviera romagnola ed estrae i suoi artigli nel 2010 con il terzo capitombolo. Problemi di bilancio costringono la società a dover ripartire dalla serie D da cui spicca immediatamente il volo verso la Lega Pro seconda divisione. È un periodo saliscendi con la retrocessione in serie D e poi di nuovo la risalita in terza serie. Tutto bene almeno questa volta e in memoria delle precedenti cadute? No, perché nel 2016 il Rimini scivola di nuovo sulla buccia di banana quando è in Lega Pro. La riorganizzazione, però, avviene rapidamente e, nella stagione 2016-17 la squadra, ripartita dall’Eccellenza, ritrova la serie D. Frequenterà la serie C per tre stagioni, poi declina di nuovo verso la D. Nel 2021-22 riassapora la gioia della Lega Pro che mantiene per quattro stagioni e mezzo sino all’attuale crisi. Che dovrà trovare, come in precedenza, sbocchi al sole quanto prima.
Quelle presenze eccellenti
Sacchi e Bagnoli sono stati ricordati. Vi è chi però da Rimini ha disegnato il suo luminescente futuro non sulla panchina, ma direttamente sul rettangolo verde. E alcuni nomi fanno capire a meraviglia quanto il Rimini debba ricordarsi di ciò che è stato per tornare a gonfiare i muscoli al più presto. Passò di qui nel 2006-07 Alessandro Matri, futura colonna di Milan, Fiorentina, Juventus e Lazio segnando 4 reti in ventotto presenze. Diede forma ai suoi sogni di gloria in riviera di Romagna anche Matteo Brighi che dal 1998 al 2000 scese in campo quarantaquattro volte realizzando sette gol. Prima di conoscere i fasti di Napoli, Milan e nazionale azzurra, anche Fernando De Napoli rese robustamente i suoi servigi alla causa riminese con 31 presenze e due reti. E da queste parti si ricordano bene anche di Jeda, 58 presenze e 24 reti tra 2006 e 2008. Una sorta di prova fedeltà fu quella data da Andrea Ricchiuti, per cui il Rimini fu come la calamita che ti attira nel punto in cui ti vuole attirare ogni volta che cerchi di allontanarti da lei: fu infatti al Rimini dal 2008 al 2009, poi nel 2014-15 e sino al 2016-17.
E ora?
La vicenda legale farà il suo corso e accerterà responsabilità, torti o ragioni. Ma, parallelamente, il Rimini non dovrà farsi paralizzare da questa fase rinunciando a gettare le basi per una rinascita che deve alla sua storia e alla sua tifoseria. Da qualunque categoria la squadra riparta, la sua esigenza è di creare un clima di speranza e fiducia che la sappia tenere in piedi stabilmente e sia in grado di porla, con i dovuti tempi, in condizione di rimettersi in marcia verso il professionismo. Senza esasperazioni da alcuna parte né ansie da risultato immediato, ma con un orgoglio cucito addosso per una storia che, in passato, ha saputo, come si è visto, farsi valere anche al secondo livello della gerarchia calcistica tricolore. Una ricostruzione ha sempre i suoi tempi. E ognuno dovrà metterci il suo tassello. Tifoseria compresa, con una comprensibile voglia di riveder le stelle cucita sul cuore ma con un’altrettanto necessaria pazienza di contribuire, nel proprio ambito, alla reviviscenza dei colori biancorossi. “Rimini – osservava Fabrizio Caramagna, studioso e scrittore in un suo aforisma – non è soltanto un luogo, ma è un bivio che ti porta verso nuove strade e verso nuovi orizzonti”. Era vero per una creatura d’eccellenza di questa terra che di nuovi orizzonti dietro la macchina da presa se ne intendeva come l’indimenticabile Federico Fellini. E deve essere vero anche per la sua creatura calcistica.
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